L’orizzonte delle imprese del terziario terminata la crisi: scenari per la provincia di Treviso

Treviso 15 luglio 2021 – Giunti ai blocchi di ripartenza e, per il terziario trevigiano, ovvero: commercio, turismo e servizi, la tanto attesa ripartenza si presenta con varie velocità. La cifra con cui si sta riavviando il comparto che in provincia, a fine 2020, contava 55 mila unità locali, produceva 13 miliardi di PIL e dava lavoro a circa 160 mila addetti, non è facilmente sintetizzabile in pochi numeri. Assume diverse sfumature e lo scenario trevigiano si presenta con luci e ombre, toni molto diversi da settore a settore.

“Per questo motivo”- ha spiegato il Commissario di Unascom-Confcommercio Tullio Nunzi- “dopo aver visto, in pandemia, interi settori chiusi per decreto ed altri aperti ed esposti a super lavoro, oggi è fondamentale comprendere come si svilupperà il prossimo periodo, quali sono gli strumenti di cui hanno bisogno le imprese, cosa possono fare e dare le Associazioni, cosa dobbiamo chiedere alla Politica, come potremmo sfruttare le risorse del PNRR, cosa pensano gli imprenditori, in cosa consiste davvero questo cambiamento. Non siamo di fronte solo a numeri e fatturati “diversi da prima” ma facciamo i conti, per dirla con un termine plastico comprensibile, con una nuova “postura”, rispetto al proprio fare impresa, rispetto alla ricerca di personale, rispetto a valori fondanti come la salute personale e collettiva. I corpi intermedi hanno il compito e il dovere di capire come sta cambiando il modello di sviluppo per tradurlo in un progetto collettivo che possa restituire valore alle piccole imprese rimettendo i loro interessi al centro dell’agire politico. Lo studio che presentiamo oggi risponde in primis a questa esigenza”.
La ricerca, realizzata nel mese di giugno per conto di Unascom-Confcommercio dall’Istituto nazionale Format Research, diretto da Pierluigi Ascani, è quali-quantitativa e ha intervistato, con colloqui approfonditi, domande chiuse e aperte, un gruppo selezionato di imprese “influencer” del terziario trevigiano.
I principali scenari post pandemici: qualche percentuale
Il Covid ha tracciato, per le imprese, le persone e la società tutta, una profonda linea di demarcazione, dettando prima di tutto un nuovo linguaggio e creando un sentiment collettivo. Esiste un pre – Covid ed un post – Covid. Una crisi – quella che sta marcando questo periodo – e una speranza, che si chiama ripartenza, perché generata dal calendario dei colori delle zone e determinata dalle date cronologiche dei contagi.
La ricerca ci dice che, per il 60% degli imprenditori, per uscire dalla crisi, bisognerà aspettare il 2022, un tempo medio previsto di 18 mesi, poi tutto tornerà come prima, con possibili miglioramenti nel territorio. Uno su quattro (circa il 24%) crede che non si tornerà più alla normalità del pre – Covid, laddove il confine tra vecchia e nuova normalità è segnato dalla presenza o meno delle restrizioni: ovvero mascherina al chiuso, green pass per viaggiare, divieti di assembramenti. L’attesa media di “uscita dalla crisi” si attesta sull’anno e mezzo (18 mesi), in linea con gli scenari nazionali. Un buon 40% si sente pessimista e ritiene che non si recupererà più la situazione precedente. Il sentiment è variabilissimo e il settore ricettivo (alberghi e pubblici esercizi) sconta, più di altri, gli effetti del cambiamento dei consumatori, la ridotta capacità di spesa e la chiusura della circolazione tra paesi che, di fatto, ha inciso profondamente sui comportamenti di acquisto e sugli stili di vita.
Come sono le previsioni nei vari settori?
Il commercio al dettaglio alimentare, per l’80%, prevede un miglioramento generale veloce, il non alimentare, per il 71%, pensa che la diffusa voglia di normalità porterà ad un miglioramento generale delle condizioni economiche della provincia, il 63% dei grossisti pensa che la fine della pandemia genererà fermento per le troppe restrizioni, il 37% dei pubblici esercizi pensa di essere stato il settore più danneggiato ma sente forte la voglia di rivalsa che, anche per il 67% degli alberghi, potrà contribuire al ritorno alla normalità. Tra i servizi alle imprese, il 60% ritiene che innovazione e tecnologia risveglieranno l’economia e il 67% dei servizi alla persona pensa invece che solo il ritorno al vecchio stile di vita farà riprendere l’economia.
La quota dei pensatori “negativi, che vedono peggioramenti”, varia tra il 20% e il 40% a seconda dei settori merceologici. I motivi delle previsioni “peggiorative” spaziano dall’insufficienza dei sussidi ricevuti, al troppo accumulo di debiti, agli alti costi di produzione in Italia e alla conseguente delocalizzazione delle produzioni, alla paura diffusa che “non passa”, alle troppe persone che non hanno lavorato per molto tempo, al timore per lo sblocco dei licenziamenti, al mancato sostegno da parte dello Stato ad alcuni settori come i servizi alla persona.
Lo sguardo delle imprese: rosa, grigio, nero
Lo sguardo più rosa è quello del commercio alimentare, mentre è grigio chiaro con qualche sfumatura rosa dettata dalla fiducia di “potercela fare anche se il settore andrà male” lo sguardo del dettaglio non alimentare, del commercio all’ingrosso e dei servizi alle imprese. Grigio scuro tendente al nero lo sguardo dei pubblici esercizi, degli alberghi e dei servizi alla persona, che sentono che il “settore andrà male, anche io potrei non farcela”. Una palette di colori ed emozioni che varia a seconda dei settori e che risente delle chiusure e del cambiamento degli stili di vita. Tre sono gli scenari che si stanno profilando: l’andrà tutto bene, il non andrà tutto bene ma io ce la farò, il non andrà tutto bene e pure io potrei non farcela. Con altre suggestioni che affiorano dal fondo e pesano come macigni: le grandi catene ingloberanno i piccoli, noi imprenditori dove troveremo la forza? Saremo costretti a chiudere per troppi oneri contributivi?. Un’oscillazione tra timori di catastrofi e speranze di opportunità che impone anche alle Associazioni di categoria attente riflessioni, perché le motivazioni espresse dalle interviste giungono come vere richieste di ascolto, forse mai giunte prima così chiare, nella storia della rappresentanza.
L’agenda delle imprese: quali sono gli investimenti su cui puntare?
Sembra una lista della spesa, in realtà è l’agenda dettata dagli imprenditori che la Politica e le Istituzioni dovrebbero prendere come un viatico, per rilasciare autorizzazioni, progettare quartieri, paesi e città, e quasi una sorta di “vangelo laico” per gli imprenditori che vogliono continuare a fare impresa. Chiara e coerente col “nuovo modello di economia”. Ecco l’agenda post-Covid: sviluppare l’e-commerce, investire in marketing digitale, puntare sulla sostenibilità ambientale, assumere nuovo personale con competenze specifiche, investire in formazione del personale già assunto, defiscalizzare il lavoro, mettere in campo strumenti e aiuti per aumentare la liquidità. Poi ancora accedere al credito per fare innovazione, ricevere incentivi “premianti” per la digitalizzazione. Una su tutte: la capacità del Sistema – Paese di fare le riforme che la UE chiede. Tra i fattori decisivi per “uscire” indicati da alcuni settori, emerge, per la prima volta, la richiesta di “fare rete”, perché la rete è una realtà “di vendita reale, e sarebbe impensabile non utilizzarla”.

I commenti Confcommercio

Tullio Nunzi, Commissario di Unascom – Confcommercio della provincia di Treviso
“Si rischia un cambio totale di paradigma per alcuni settori del commercio, del turismo, della cultura e dello sport. I termini che vengono fuori dall’ indagine sono: “rete”, “digitalizzazione” ed Europa. C’è bisogno di un patto per un nuovo sviluppo tra: territori–pubblico-privato-istituzioni-imprese, reso ancora più necessario per un territorio che sta cambiando. Tra Amazon, Montello Hill, crisi del turismo e del piccolo commercio, si rischia di far deflagrare un settore che ha sempre creato lavoro occupazione benessere”.

Patrizio Bertin, Presidente di Confcommercio Veneto
“È comprensibile che in questo momento vi possa essere un sentimento di sconforto e di sfiducia nel futuro: alcuni settori sono stati colpiti molto duramente. È un momento in cui la classe imprenditoriale saprà dimostrare tutta la propria capacità di adattamento che ha reso forte, nel tempo, il nostro tessuto economico e sociale. Parliamo di un nuovo approccio imprenditoriale ad un contesto che è cambiato, un nuovo modello di business, una nuova geografia dei consumi, nuove modalità di interagire con cliente.
Ma nel fare questo gli imprenditori non dovranno essere lasciati soli; si resisterà e si uscirà da questa crisi solo se imprenditori, associazioni, politica e sistema del credito metteranno in campo delle azioni che dovranno essere condivise, strategicamente pensate per il lungo periodo e velocemente applicabili.
Dovrà cambiare il modo di fare impresa, il modo di finanziare e sostenerla e soprattutto bisognerà mettere in campo tutte quelle azioni atte a semplificare l’agire dell’impresa. L’imprenditore non deve essere travolto dalla complessità della burocrazia ma deve potersi concentrare sul proprio lavoro, sulla creatività, sulla visione.
La responsabilità delle Associazioni sarà quella di traghettare questo cambiamento in un continuo dialogo con tutti gli attori principali per essere sicuri che non vi siano inerzie da parte di nessuno e che si vada tutti nella stessa direzione, nell’interesse delle imprese, dell’occupazione e dell’equilibrio sociale in generale.”