Antimafia: rapporto Osservatorio, presenza cosche fissa e stabile

Michele Penta, presidente dell'Osservatorio regionale Antimafia

Trieste, 22 apr – Più che un sospetto, è una certezza: “La
presenza della mafia nel Friuli Venezia Giulia è ormai fissa e
stabile”. Parole senza appello quelle che si leggono nella
relazione annuale consegnata al Consiglio regionale
dall’Osservatorio Fvg presieduto da Michele Penta, che cita un
rapporto del ministero dell’Interno sull’attività e i risultati
conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia.

Piero Mauro Zanin, presidente del Consiglio regionale


Se è vero infatti che anche negli ultimi dodici mesi in Fvg
nessun procedimento penale si è concluso con condanne per reati
associativi di tipo mafioso, ciò non toglie che sia emersa sul
territorio regionale “la presenza e in alcuni casi l’operatività
di soggetti riconducibili a consorterie mafiose”.

Si danno da fare in Fvg tutte le sigle tristemente note: “La
criminalità siciliana ha costituito società edili e immobiliari,
oppure attive nella cantieristica navale”, mentre la n’drangheta
calabrese ha cercato di infiltrarsi “in attività commerciali, nel
trasporto in conto terzi e nel settore delle frodi finanziarie”.
Traffico di stupefacenti e di armi, truffe e frodi fiscali, usura
ed estorsioni sono invece il campo d’azione della criminalità
campana, e di recente hanno iniziato a operare in regione anche
soggetti “riconducibili alla Sacra Corona Unita, dediti
all’approvvigionamento di sostanze stupefacenti”.

Tutto questo attivismo, documentato dall’Osservatorio, ha ragioni
che potremmo definire geografiche – siamo una regione di confine
crocevia verso il nord e l’est Europa, porta di accesso alla
rotta balcanica “sfruttata da extracomunitari clandestini in
prevalenza di origine medio-orientale” – ma rischia di essere
alimentato anche dal particolare momento che stiamo vivendo.

La crisi innescata dalla pandemia comporta infatti “una profonda
crisi di liquidità” che alimenta “il rischio di infiltrazioni
criminali nel tessuto economico”. Il circuito vizioso è facile da
spiegare: le mafie accumulano con le loro attività illecite una
massa notevole di denaro che devono riciclare: “Il crollo
dell’economia emersa e lecita – si legge ancora nella relazione
che è stata presentata al Consiglio regionale – apre varchi
sempre più ampi e numerosi proprio a favore di coloro che
detengono enormi risorse liquide. In molteplici situazioni la
criminalità organizzata è intervenuta in maniera chirurgica per
fornire assistenza economica a cittadini e imprese in difficoltà”.

Tutto ciò comporta, in ottica di prevenzione, la necessità di
garantire “in modo altrettanto rapido ed efficace gli interventi
pubblici di sostegno e ristoro” nei confronti delle categorie
colpite dalla crisi. I settori da tenere d’occhio in particolare
sono gli appalti pubblici sanitari, il segmento dei rifiuti
ospedalieri e quello dei rifiuti speciali “prodotti da aziende
oggi in grande difficoltà che potrebbero essere, proprio per
questo, tentate di risparmiare sulle procedure di smaltimento”.

“E’ in particolare il rischio dell’usura a spaventare –
sottolinea Piero Mauro Zanin, presidente del Consiglio regionale,
confermando i timori espressi da Penta – ed è pertanto necessario
alzare il livello di attenzione su questo fenomeno in tutto il
territorio regionale”.

La relazione dell’Osservatorio fornisce anche l’elenco dei beni
confiscati alle mafie in Fvg dall’Agenzia nazionale che si occupa
dei sequestri. Si tratta di abitazioni, terreni agricoli, garage
e magazzini, e la gran parte di questi beni – 38 su un totale di
44 – è ancora da assegnare, come ha sottolineato il presidente
Penta. Su questo tema, Zanin si è preso l’impegno “di rendere
nota la situazione e attivare le istituzioni pubbliche – ha detto
il presidente del Consiglio regionale – in modo da trovare al più
presto enti e associazioni in grado di acquisire i beni e
destinarli a finalità di pubblico interesse”.

A preoccupare sono anche le nuove regole europee sulla
definizione di “default”. Citando di nuovo l’allarme lanciato nei
mesi scorsi dal presidente Zanin, l’Osservatorio regionale
ricorda che “uno scostamento di 500 euro sul conto corrente, l’un
per cento dell’esposizione complessiva e un ritardo nei rimborsi
di oltre 90 giorni, rischiano di classificare “in sofferenza” la
posizione di chi fa impresa, con relativa segnalazione alla
centrale rischi”. Una condizione che potrebbe provocare il
tracollo dell’azienda e spingere l’imprenditore a ricorrere
all’usura per salvare il salvabile.

In questo scenario l’Osservatorio – composto dal presidente
Penta, Ruggero Buciol, Monica Catalfamo, Lorenzo Pillinini ed
Enrico Sbriglia – continua a sviluppare la sua attività di
monitoraggio e prevenzione, attraverso numerose iniziative di
raccolta dati e sensibilizzazione, sviluppando anche la
collaborazione con associazioni attive sul territorio. Attività
che fortunatamente la pandemia non ha fermato.